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Il muro freddo

In quella casa c’erano un sacco di pareti. A contarle tutte ci si sarebbe persi. Si sarebbe dovuti tornare indietro e ricominciare d’accapo da tante che erano. Ma non è questo che voglio raccontare. Ero andato a vivere in quella casa poco tempo prima. Era uno di quei periodi in cui uno vive distratto e svogliato. E così avevo visitato la casa, superficialmente distratto. Avevo un gatto. Era tutto rosso e amava i legnetti. Cavolo andava pazzo per i legnetti e li portava in giro orgoglioso nemmeno fossero sudati trofei di caccia. Ma non voglio raccontare nemmeno del gatto rosso. Per i più curiosi mi limiterò a dire che si chiamava Kato.
Arredare la casa mi prese tempo e così trascorse la primavera. Trascorse l’estate. Trascorse l’autunno. Venne l’inverno. La casa ora conteneva cose atte a riempirla. Oltre a ciò conteneva diversi legnetti. Riempiendo la casa avevo deciso di adibire una stanza posta nel suo centro a studio. Facevo diverse cose e mi serviva uno spazio che si osa solitamente definire “di lavoro”. Aveva una grossa vetrata che dava su un viale alberato in modo da potersi distrarre guardando scoiattoli correre sui rami. Per questo, proprio difronte alla vetrata, avevo coscienziosamente posto la scrivania. Una imponente scrivania. Massiccia con un sacco di cassetti per lo più vuoti. C’era poi una libreria, libri che la giustificassero e un sacco di pareti. Tante erano le pareti che, affinché non sembrasse di essere persi in un labirinto, avevo deciso di appendere foto e quadri che accompagnassero i miei momenti di solitudine con la loro silenziosa compagnia. 
Sulla parete più vicina alla scrivania avevo appeso una foto a cui tenevo particolarmente. Uno sguardo di occhi celesti che mi avrebbe dovuto scaldare il cuore. 
Come vi dissi, venne l’inverno. Stufe e caminetti scaldavano la casa e le innumerevoli pareti. Lo studio pareva invece sempre inspiegabilmente freddo. L’inverno si fece profondo. Fuori dalla finestra gli alberi erano spogli. Gli scoiattoli probabilmente avevano deciso che al coperto si stava meglio. Kato aveva accumulato una sufficiente scorta di legnetti per svernare sereno.
Una notte un vento impetuoso squassava i rami spogli. La neve vorticava in turbini e io ero nel mio studio silenzioso. Ero seduto alla scrivania scosso da morsi di gelo inspiegabili. Stufe accese. Caminetti accesi. Un sacco di pareti. Tutto in regola.
D’improvviso un sospiro ghiacciato mi sfiorò il collo. Volsi lo sguardo verso uno sguardo celeste che mi fissava da dietro uno strato di brina che, a vista d’occhio, si allargava e si allargava e si allargava e si allargò fino a ricoprire l’intera parete. Poi si fermò e restò solo il freddo ad osservarmi.

(M.)

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Le goccie

Quando finisco la doccia resto immobile sul piatto. Resto lì avvolto dal vapore, il ricordo di un calore passato da poco. Guardo in basso. Guardo come le gocce si staccano dal mio viso e cadono. Il piatto di ceramica ha dei quadrati in rilevo. Non sono ne piccoli ne grandi. Rappresentano il principio esatto di medio, direi. Tra questi quadrati corrono cardi e decumani. E’ buffo come le gocce, nella loro caotica caduta, non precipitino mai sulle isolette quadrate ma lungo la ragnatela di strade che le circonda. Poi finisce il vapore e inizio ad aver freddo.

(M.) 

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Zucchero

Guardava la tazza di caffè nero. Ormai era freddo e sapeva di merda. Una barchetta di carta bianca galleggiava nel centro. La carta era di una qualche tipo particolare perché non assorbiva il caffè e la barchetta non affondava. Gli era sempre piaciuto fare piccoli oggetti con la carta. Faceva rane che saltavano schiacciandogli la coda. Cigni. Cani…Di solito non li metteva nel caffè. Picchiettò con un dito sul tavolo. La barchetta oscillò leggermente mentre cerchi concentrici si allargavano dal centro ai bordi della tazza. Piccole onde nere che lentamente svanirono. Ritornò la quiete e la barchetta fu di nuovo immobile. Un ultimo sguardo alla tazza e se ne andò. Il caffè era amaro. Aveva dimenticato lo zucchero.

(M.)

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IL PRANZO DEL FU

Era l’osteria di un piccolo paesino. Un paese di provincia lontano da tutto, circondato da campi e fattorie. Uno di quei paesini dove tutti si conoscono fin da bambini. I giovani salutavano i più anziani con rispetto. Gli anziani rispondevano con un cenno quasi impercettibile del capo, come se non avessero riconosciuto il ragazzotto, ma quando questi si allontanava commentavano tra loro:  ”Et vest al fiol ad Taparela?” - “Al se fat grand. Al lavura a la butega dal Muneda”. Tutti avevano un loro soprannome. A un certo momento nella vita di ognuno capitava infatti un qualcosa. E allora non si era più Marco, o Paolo, o Riccardo ma si diventava Galèl, Cecio, Pestaciò…poi succedeva che ci si sposasse e si avessero dei figli e loro diventavano il figlio del Galèl, del Cecio e di Pestaciò. Crescendo un qualche accadimento gli avrebbe dato il loro soprannome e così via. I nomi in un piccolo paese come quello a cosa servivano dopo tutto? Per i funerali e per le carte di identità.
Il paese era piccolo ma c’era tutto quello che serviva. Il medico che aveva studiato in città. Quale non si sa. Ma aveva studiato e tanto bastava. La scuola. Con i maestri e le maestre, dal volto severo e dall’età sconosciuta, che avevano insegnato a nonni, genitori e figli ed erano per questo circondati da un’aura di generale rispetto in memoria, più che dell’educazione impartita, delle terribili punizioni inferte…a nonni, genitori e figli. La farmacia. E il farmacista, uno scapigliato stregone in accanita competizione, ed eterno disaccordo, con il medico. La chiesa. Con il prete fervente comunista che insegnava catechismo. Il cimitero. Pieno di fiori e di ricordi..e l’osteria. Con i suoi tavoli di legno. Le carte da briscola. Il caffè e i bicchieri di vino rosso.
Erano tempi bui quelli di cui vi racconto. Erano successe cose che ne avevano scatenate altre, gli amici erano diventati nemici, i pari dispari, ed era scoppiata la guerra. Una guerra tra le nazioni, tra i popoli e tra quelli che fino a pochi giorni prima si salutavano chiamandosi per soprannome.
In Italia non c’erano più gli italiani. C’erano i tedeschi. I Fascisti. E i partigiani. O eri uno o eri l’altro. O eri amico o nemico.

(…continua)

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Sogno nel cassetto

Non ricordavo di esserci. Un giorno mi sono svegliato ed ero al buio. Un po’ come quando dormivo ma con delle consapevolezze in più. Essere ciò che sono non è sempre facile. In generale non è facile essere ciò che si è immagino. Insomma, attorno a me tutto era buio. Anzi, nero!
Se ci pensate un attimo infatti il buio è diverso. Un filo di luce c’è sempre. Il buio è un mondo fatto di ombre, di pensieri sfuggenti, di “secondo me…”. Nel buio hai un tuo posto.
Il nero è diverso. Il nero è completa perdizione. E’ il sapere di esistere solo perchè si sente il battere del proprio cuore. Capisci che ci sei giusto per il fatto che ti stai chiedendo SE ci sei. Nel nero hai una sola certezza, fragile come un sentimento, la certezza del “sé”. Certo di esserci ma incerto sul dove fossi, dopo gli inutili “ehilà c’è nessuno?” di circostanza (avete mai sentito di qualcuno che abbia risposto a questa domanda?) iniziai a…muovermi? diciamo così. 
Non trovai burroni. Questa è una cosa positiva. Nel nero i burroni, al bari di un sacco di altre mortifere eventualità, sono pericolosissimi. Una voragine nera e un pavimento nero sono piuttosto simili. Per lo meno fino a quando non entri in una voragine perchè sei stato poco attento o perchè guardavi in alto…no questo no…piuttosto perché forse camminavi con le mani in tasca. Continuando a camminare mi ritrovai, dopo un certo tempo, a sbattere contro qualcosa. La fine del mondo. In senso letterale. 

(continua…)

(…forse)

M.

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Osservai per anni il muschio crescere su quelle rocce. Le rocce si annerivano.Si sgretolavano lentamente divorate da minuscole radici.Poi un giorno io morii.Mi seppellirono sotto quelle antiche rocce.Osservo da anni il muschio crescere su queste rocce. 

Osservai per anni il muschio crescere su quelle rocce. 
Le rocce si annerivano.
Si sgretolavano lentamente divorate da minuscole radici.
Poi un giorno io morii.
Mi seppellirono sotto quelle antiche rocce.
Osservo da anni il muschio crescere su queste rocce. 

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Bali’s the way & i like it!

Bali’s the way & i like it!

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"Sai che smetterai di esistere?"
"Bhe la mia anima andrà in paradiso!"
"Smetterai di esistere"
"O forse mi reincarnerò in un’altra creatura!"
"Semplicemente. Smetterai di esistere"
"O forse…"
"O forse sarai cibo per le erbacce"
Concepire il nulla, per chi è da una vita abituato ad essere, non è sempre facile.

"Sai che smetterai di esistere?"

"Bhe la mia anima andrà in paradiso!"

"Smetterai di esistere"

"O forse mi reincarnerò in un’altra creatura!"

"Semplicemente. Smetterai di esistere"

"O forse…"

"O forse sarai cibo per le erbacce"

Concepire il nulla, per chi è da una vita abituato ad essere, non è sempre facile.

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"Sic Et Simpliciter"